venerdì, 07 marzo 2008
Il CCNL del settore commercio è scaduto da più di quindici mesi, esattamente il 31 Dicembre del 2006.
L'azienda per la quale lavoro, azienda inserita nel settore del commercio, che regola le competenze economiche e contrattuali dei suoi dipendenti, aderendo al suddetto contratto nazionale, si è guardata bene dal comunicarcelo per tempo.
Così come non ha comunicato che nel nostro Paese, per ovviare ai mancati guadagni del conseguente adeguamento che viene solitamente raggiunto dopo l'accordo tra le parti, esiste un protocollo di indennità, chiamato Protocollo 23 Luglio: questo accordo, occorso e firmato da Governo e Parti Sociali nel Luglio del 1993, implica la corresponsione di un dato quantitativo di denaro -da aggiungersi quindi alla retribuzione ordinaria- ai lavoratori i cui contratti risultino scaduti, a partire dal terzo mese seguente la data di scadenza del contratto.
Ovviamente, nelle nostre buste paga dall'Aprile del 2007 a oggi, di questa indennità, non v'è la benchè minima traccia: ma questo comportamento sebbene grave nella sua indisciplina, non è il maggior elemento di arrabbiatura conseguente a questa vicenda -che ha del grottesco, se si pensa che le Parti Sociali che quasi tredici anni fa firmarono questo accordo, erano una rappresentanza sia dei lavoratori, sia degli imprenditori-, anzi è solo l'inutile controprova del solito mendace e indisturbato comportamento della classe dirigente autoctona; quello che invece mi fa più incazzare è l'igoranza e la rassegnazione delle centinaia di colleghi che nonostante avvisati, istruiti e sollecitati dal sottoscritto -e da altri collaboratori venuti a conoscenza di questa scorrettezza- o non si sono assolutamente presi la briga di chiedere spiegazioni all'amministrazione, o hanno lasciato che la mia e-mail scorresse come la più inutile delle tante di spam che riceviamo ogni giorno, o si sono mossi impauriti e per niente convinti, pronti -mi ci gioco la testa- a lasciare ogni dovuta pretesa di giustizia sociale, qualora le risposte dal direttivo si dimostrassero ulteriormente noncuranti o -peggio ancora- mendaci e per niente esaustive.
Inutile specificare che, dalle alte sfere della direzione, nessuno ha ancora preso in considerazione l'idea di rispondere all' e-mail chiarificatrice spedita questa mattina dal sottoscritto.
venerdì, 01 febbraio 2008
Sono cresciuto in una famiglia cattolica, praticante ma non troppo, caratteristica comune a buona parte delle famiglie italiane.
I ricordi delle levatacce domenicali per assistere alla messa sono ormai sbiaditi e fumosi, ma creano in me un sempiterno fastidioso effetto che mi spiace, soprattutto perchè sono solito lasciarmi andare alla positività delle rievocazioni passate, al trastullo nostalgico dell'amarcod personale.
Fin da che ho memoria, ricordo il senso di fastidio, la svogliatezza e il costante desiderio di scissione cerebro-corporale che provavo ogni volta che ascoltavo quelle nenie religiose e le celebrazioni di quel buffo ma odioso omino vestito di tovaglie opulente e organzate e ricamate con strani disegni, che solo dopo molti anni e infinite letture, avrei accostato all'esoterismo religioso. Odiavo apertamente le cantilene sgraziate e stonate delle comari cicia-lumini, che già ai tempi mi suggerivano un'assoluta mancanza di svago o interessi alternativi alla costante presenza in chiesa, ai piedi di quell'altare che, memoria storica e scritture sacre, avrebbero voluto essenziale, mistico e discreto e che invece si presentava sempre allo stesso modo, ai miei occhi puerili e innocenti: grandioso negli spazi, dorato nelle suppellettili religiose, barocco nello stile, opulento nelle cianfrusaglie, irriverente alle stesse scritture che ivi si citavano ad esempio di retta vita.
Ricordo anche però che quell'irrispettosa magnificenza stupiva comunque la mia immaginazione e il mio innato senso dell'esteticamente bello, della grazia (che non ho comunque mai avuto e nel camminare e nel muovermi): quelle immense scene bibliche, così magistralmente rappresentate sulle tele e sui marmi dell'edificio e scolpite sapientemente nelle pietre bianche dei capitelli e delle colonne ad arco rapivano costantemente la mia attenzione, la mia curiosità, più delle parole del prete che, più volte, durante le brevi celebrazioni della dottrina pomeridiana, ebbe modo di mortificarmi davanti agli occhi curiosi e divertiti degli astanti alla scoperta della mia disattenzione artistica.
E' forse anche per queste continue mortificazioni, alle quali vanno aggiunte le sensazioni di una reiterata falsa rettitudine morale di coloro che ipocritamente la auspicavano e una sostanziale sempre più marcata mancanza di fede che, un giorno di tanti anni fa, decisi di non prendere più parte a questa messinscena, di non sprecare più il mio tempo e le mie ore di sonno.
Quello stesso giorno decisi pure di impegnarmi nella mia personale battaglia contro la credenza popolare, contro la superstizione religiosa che la Chiesa (lo scrivo in maiuscolo solo per distinzione tra edificio e organizzazione) e i suoi membri e beneficiari tutti tentano di mantenere viva e inalterata nel tempo, in una costante escalation protezionista che la vede ormai secolarmente a capo di tutte le organizzazioni politiche mondiali.
Certo che, se ci si mette pure Curzio Maltese, il mio impegno perde di gravosità.